Ricercato X Intervista – Susanna Melis

Dettagli insoliti dagli scavi di Ostia Antica

di Francesca Iozia

RomatrePerRoma inaugura una nuova rubrica di interviste e dibattiti con artisti, professionisti dei Beni Culturali e appassionati di arte, storia, cultura e bellezza: “RICERCATO X INTERVISTA”!

Questo primo articolo è dedicato al meraviglioso sito archeologico di Ostia Antica, a cui la nostra Associazione è particolarmente affezionata. Vi mostreremo una Ostia insolita e sconosciuta, concentrando lo sguardo su curiosità e particolari a cui non si fa proprio caso perché spesso trascurati dai percorsi turistici convenzionali o poco visibili.

A guidarci in questo viaggio sarà una persona che Ostia Antica la conosce davvero molto bene e che, con il suo occhio esperto e vivace, ci aiuterà a guardare la città da una prospettiva diversa.

Susanna Melis ha lavorato per molti anni come assistente alla vigilanza al Museo delle Navi di Fiumicino, ma dal 2012 presta stabilmente servizio al Parco Archeologico di Ostia Antica. Pur non concludendo il percorso formativo, ha studiato Architettura, con indirizzo in Restauro e Recupero dei Monumenti, all’Università La Sapienza di Roma. È inoltre una grande amante della fotografia e non a caso la galleria d’immagini a corredo dell’intervista è stata curata da lei stessa.

Andiamo a fare un giro insieme a lei!

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Susanna Melis – Ricercato x Intervista – RomaTrePerRoma

Rm3xRm: Ciao Susanna! Allora cosa ci porti a scoprire di bello? Siamo curiosi di osservare degli aspetti assolutamente inconsueti di Ostia Antica!

S.: Ciao! Il nostro giro oggi si concentrerà in gran parte in terza regione, ossia nella parte a Sud-Ovest della città, ma faremo un breve giro anche nel centralissimo Foro per osservare qualcosa di veramente molto curioso!

Rm3xRm: Benissimo! Direi di partire proprio dal Foro allora.

S.: Vi mostro qualcosa a cui non si fa mai caso…un lichene! Ebbene si, nella parte retrostante ed esposta a Nord del Capitolium, il tempio più importante dedicato alla Triade Capitolina, cresce indisturbata e in grande quantità la rucella tinctoria, un lichene da cui gli antichi ricavavano l’oricello, colorante vegetale conosciuto sin dalla Preistoria. Molto probabilmente l’uomo si accorse che questo lichene rilasciava colore orinandoci sopra, infatti a contatto con l’ammoniaca fuoriesce un intenso colore rosso.

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Esperimento di Susanna Melis: come ottenere il colorante dalla rucella tinctoria

Rm3xRm: Incredibile! Potrebbe essere stato un pigmento impiegato anche in pittura o era utilizzato più che altro per tingere i tessuti?

S.: L’oricello veniva utilizzato soprattutto come sostanza tintoria per i tessuti ma poteva essere impiegato anche in pittura se sottoposto ad un procedimento diverso che lo rendeva più pastoso. Essendo un lichene non è coltivabile ma si poteva raccogliere sui muri e sulle rocce dove nasceva in maniera spontanea. Un’ultima curiosità sull’oricello: da questa tintura deriva il nome la famiglia fiorentina dei “Rucellai” che erano mercanti di stoffe e di lana e fecero ampio uso di questo colore.

Rm3xRm: Susanna ci hai svelato una curiosità botanica davvero interessante! Qual è la prossima tappa del nostro viaggio?

S.: Ora ci spostiamo in terza regione, precisamente vicino al Caseggiato degli Aurighi, dove possiamo ammirare dall’interno un’antica calcara, ossia un grosso forno in cui il marmo veniva cotto per ottenere la calce. In epoche più recenti, dopo la caduta dell’Impero Romano, i resti delle città romane furono utilizzate come cave da cui trarre materiali da costruzione. Questa calcara è particolarmente bella perché conserva ancora l’effetto del grandissimo calore sulle pareti interne, su cui si vedono chiaramente le colature del materiale fuso.

Rm3xRm: Come funzionava una calcara?

S.: La fonte di calore era posta in basso ma si trattava di un fuoco anaerobico. La calcara veniva cioè chiusa per poter mantenere una temperatura altissima. C’erano delle prese d’aria per regolare la temperatura e per far in modo che le braci non si spegnessero subito. Per svuotare la fornace si doveva aspettare che si freddasse completamente.

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Ricostruzione di una calcara, immagine tratta da Jean-Pierre Adam, L’arte di costruire presso i romani: materiali e tecniche, 1996

Rm3xRm: Bellissimo! Cosa ci fai vedere ora?

S.: Ora, sempre qui, passeggiando nel Caseggiato degli Aurighi, vi mostro dei mattoni! Non si tratta di mattoni normali bensì di laterizi che mostrano impresse delle impronte curiosissime: zampe di capre di circa 2000 anni fa, con tanto di bolli laterizi a testimoniarne l’antica produzione!
Ad Ostia si possono osservare non solo orme di ovini ma anche di cani, gatti e addirittura dita umane, come quelle visibili su dei laterizi posti vicino al Sacello delle Tre Navate. Che si tratti anche in questo caso di impronte originali di 2000 anni fa?

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Rm3xRm: questa davvero non me l’aspettavo! Come è stato possibile che delle zampe di capra o delle dita umane siano state impresse in questi mattoni? Qual era il procedimento per realizzare i laterizi?

S.: I laterizi si ottenevano impastando l’argilla depurata con dell’acqua. Questo impasto veniva poi messo dentro delle forme e fatto essiccare al sole. È in questa fase che poteva capitare che inavvertitamente ci passassero sopra degli animali o dei bambini, lasciando il segno, ed è sempre in questo momento che venivano apposti i bolli sui laterizi. Il procedimento si concludeva con la cottura dei laterizi all’interno di forni statici, che diversamente dagli attuali forni a nastro, non permettevano la cottura omogenea di tutti i mattoni, per cui i pezzi più vicini alla fonte di calore assumevano un colore rosso intenso e diventavano molto resistenti alla compressione, mentre quelli gialli, che rimanevano semicrudi, risultavano più resistenti alla flessione.
Una curiosità: quando vediamo un muro romano con il colore dei mattoni uniforme vuol dire che è molto pregiato perché sono tutti mattoni scelti. La ricchezza del muro si vede anche dagli strati di malta: più sono sottili più la messa in opera è precisa ed eseguita da maestranze specializzate.

Rm3xRm: Stiamo imparando moltissime cose oggi! Hai altri “chicche” da mostrarci?

S.: Ovviamente si! Eccoci giunti nel Complesso delle Case a Giardino. Aguzzando la vista in una degli ambienti al piano terra del blocco Sud, è visibile un graffito che raffigura tre dadi dalla cui somma si ottiene il numero 13 (6+1+6). Un numero fortunato forse?

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Graffito con tre dadi, blocco Sud delle Case a Giardino

Rm3xRm: Un graffito con dei dadi…che cosa particolare! So che i romani in effetti erano dei grandi giocatori di dadi ed astragali, non è vero?

S.: Esatto! I romani giocavano tantissimo ed ovunque. Pensa che ad Ostia sono molte le tracce di tabulae lusoriae, ossia di scacchiere e tavole da gioco per dadi o astragali, incise sulle pavimentazioni di luoghi pubblici come fori, terme e mercati. Così su marciapiedi e gradini, degli anonimi artefici hanno tracciato piani di gioco per ingannare il tempo da lunghe attese e prolungati ozi. Spesso questi svaghi non erano innocenti ma dei veri e propri giochi d’azzardo, come ci ricordano le fonti antiche.
Curiosando per Ostia ci si può imbattere in inaspettate tabulae lusoriae, come ad esempio quella poco visibile all’ingresso della Schola del Traiano, o quella all’interno delle Terme del Foro. Inoltre, passeggiando sull’ultimo tratto del Decumano, sulla fontana pubblica della Lucerna sono visibili delle piccole buche incise: che si tratti del gioco delle “fossette”?

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Rm3xRm: Quante storie si nascondono in queste piccole tracce risparmiate dal tempo e che passano completamente inosservate all’occhio ignaro del turista!

S.: È vero! un sito archeologico come questo è una fonte inesauribile di scoperte. Potremmo continuare per giorni, ma per oggi vi mostro solo un altro dettaglio intrigante: il retro dell’abside di un controverso complesso edilizio, convenzionalmente interpretato come la Basilica Cristiana ma che è stato più convincentemente interpretato come una ricca domus tardo antica appartenuta ad una famiglia cristiana, come attesta un’epigrafe che reca i probabili nomi dei proprietari di casa, i Tigriniani.
Il retro dell’abside mostra molto bene la pratica del reimpiego tardo antico di qualsiasi tipo di materiale a fini costruttivi. Per realizzare l’estradosso di questo abside è stata riciclata molta ceramica, da quella più fine a quella più grossolana, a quella da fuoco fino a quella da tavola. Possiamo ammirare un vero e proprio inventario dei materiali impiegati e riconoscere chiaramente colli, orli, anse e pareti di vasellame, amalgamate insieme al tufo e alla malta.
Tutto quello che non era più utilizzabile o si era rotto, invece di essere buttato in discarica veniva riutilizzato come materiale da costruzione.
L’effetto estetico è molto bello e particolare perché c’è un po’ di tutto, anche se probabilmente in origine era rivestito da un intonaco, sicuramente non raffinato, ma utile a proteggere il muro dagli agenti atmosferici.

Rm3xRm: Susanna grazie di cuore per questa meravigliosa passeggiata! Chissà che non ce ne faremo delle altre sempre qui nel Parco Archeologico di Ostia Antica, e perché no, magari in altri siti archeologici del territorio, che allo stesso modo, nascondono tracce preziose che ci parlano di vite e culture di tanti e tanti secoli fa! Grazie e a presto!

S.: Grazie a voi e alla prossima puntata allora!

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Via della Casa di Diana dopo la pioggia, Ostia Antica
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